VIVA ARTE VIVA

“«L’arte di oggi, di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, testimonia la parte più preziosa
dell’umano in un momento in cui l’umanesimo è seriamente in pericolo. È il luogo per eccellenza
della riflessione, dell’espressione individuale e della libertà, così come dei fondamentali interrogativi.
È un “sì” alla vita, a cui certamente spesso segue un “ma”. Più che mai, il ruolo, la voce e la
responsabilità dell’artista appaiono dunque cruciali nell’ambito dei dibattiti contemporanei.

Viva Arte Viva è quindi un’esclamazione, un’espressione della passione per l’arte e per la figura
dell’artista. Viva Arte Viva è una Biennale con gli artisti, degli artisti e per gli artisti, sulle forme che
essi propongono, gli interrogativi che pongono, le pratiche che sviluppano, i modi di vivere che
scelgono.

La Mostra vuole perciò essere un’esperienza che disegna un movimento di estroversione, dal sé
verso l’altro, verso lo spazio comune e le dimensioni meno definibili, aprendo così alla possibilità di
un neoumanesimo».”

Questa mostra si propone come un breve saggio sui confini tra ispirazione e appropriazione. Per veicolare al meglio la nostra riflessione abbiamo deciso di appropriarci del titolo della 57esima Biennale d’Arte, “Viva Arte Viva”, che inaugurerà a Venezia un mese dopo la chiusura di questo progetto.

Vi spieghiamo le motivazioni che ci hanno spinti a concretizzare un’idea apparentemente folle:

(NB: per rimanere coerenti con l’oggetto della nostra appropriazione, questo non sarà un testo critico)

La mostra nasce all’interno di un triangolo ai cui vertici troviamo tre pagine web che abbiamo letto. Se avete l’esigenza di pensare visivamente, potete immaginarle ai vertici di un triangolo che in realtà è un cono, esattamente come quando leggiamo qualcosa su una superficie piatta, ma quanto leggiamo si riferisce a oggetti, pensieri e azioni che nel mondo reale si sviluppano in volumi.

I tre argomenti delle pagine web sono i seguenti:

– Il 2017 segna il centenario dell’ideazione di “Fountain” di Marcel Duchamp. Si tratta di un orinatoio firmato, datato e poggiato capovolto su di un piedistallo. E’ l’opera che più ha segnato il dibattito critico su cosa possa essere considerato Arte, e che più ha influenzato la ricerca artistica italiana e internazionale dall’inizio degli Anni ’80 a oggi.

– L’annuncio del titolo e del concept della prossima Biennale di Venezia, “Viva Arte Viva”. Se vi è capitato di leggerlo, converrete con noi che la sua struttura non propone assolutamente nulla di nuovo. I video in cui gli artisti raccontano quello che fanno erano presenti anche nella penultima edizione, mentre l’idea della centralità dell’artista si dipana a ritroso nel tempo in cerchi più o meno concentrici fino alle prime edizioni. Puntualizza l’ovvio (da un punto di vista storico), non offrendo nulla di originale.

– La spiegazione spicciola del movimento filosofico chiamato Object-Oriented Ontology. Le cose, gli animali e altre entità non-umane fanno esperienza della loro esistenza in una maniera che si trova al di là della definizione di coscienza che finora ci siamo dati come specie?

Dato che gli artisti passano la vita a investire di significato gli oggetti, e noi amiamo il lavoro degli artisti, l’argomento ci risulta di grande interesse, e per comprenderlo abbiamo cercato di rispondere in vari modi a questa domanda nelle nostre precedenti mostre. Eppure, siamo ancora qui a leggerne spiegazioni spicciole. Il succo della questione continua a sfuggirci e a stupirci, come lacrime versate sotto la doccia che fanno detonare bolle di sapone, e forse è proprio questo che ci affascina così tanto. La scomparsa di ogni metafora. Assieme alla possibilità di poter trattare i pensieri come se fossero oggetti.

Questo cono poggia su una base, che è il pavimento di FuturDome. Per i nostri progetti solitamente partiamo da un’idea degli artisti e da ciò che esprimono con la loro ricerca, alla scoperta dello spazio e dell’allestimento più adatto a esprimerle. In questo caso abbiamo seguito il procedimento opposto. Lo spazio di per sé è già fortemente caratterizzato, e con questa mostra cerchiamo di inserirci tra le varie proiezioni di futuro che presumiamo siano passate per la testa dei suoi ex abitanti.

Ora, spostiamoci leggermente e guardiamo il cono da un’altra angolazione: è sempre un triangolo, simile all’altro ma diverso, perchè ai vertici ha tre domande, che sono una proiezione delle tre pagine web di prima.

Queste domande sono:

– Ci si può appropriare di un’oggetto (e quindi di un pensiero) che non si ritiene originale?

– Gli artisti a volte si appropriano delle opere di altri artisti. Avrebbe senso, per un curatore, appropriarsi del tema della mostra di un altro curatore?

– In che modo ci si può appropriare di qualcosa che non è ancora stato prodotto e di cui non si sa praticamente nulla?

Spostiamoci ancora, giriamo attorno al cono in senso antiorario. E’ un oggetto strano, un cerchio che salendo diventa un punto, un oggetto tridimensionale con una base bidimensionale e il vertice monodimensionale. Guardandolo meglio ci accorgiamo che non è opaco, ma traslucido, e che sotto la sua superficie si muovono delle domande, come un gas luminoso che setacciato diventa liquido. Ecco le prime che riusciamo a cogliere:

Un autore può riuscire a non esprimere se stesso? In che modo le cose che scegliamo riescono a dire qualcosa di noi? E il messaggio che veicolano è sempre univoco?

Ora, immaginiamo che questo cono emetta dei fasci di luce sulle pareti dello spazio in cui è inserito, come una lanterna magica, e che la proiezione di questi fasci di luce si concretizzi nelle opere che compongono la mostra. Adesso vi illustreremo queste concretizzazioni una ad una. Tenete però conto che loro non sanno nulla di noi, di voi, di FuturDome, di OUTER SPACE, della Biennale, di questo testo e di molte altre cose, ma che noi

comunque proiettiamo e proietteremo su di loro quello che di volta in volta ci pare più interessante e appropriato.

Ecco ciò che per noi sono in questo momento:

“Teomondo Scrofalo”, il famoso quadro che Ezio Greggio cercava costantemente di propinare a un’audience composta da sorridenti paninari alla fine di ogni Asta Tosta del programma televisivo degli anni ’80 Drive In, è un dipinto di dubbio gusto e fattura diventato iconico e prontamente riconoscibile non tanto per la sua importanza artistica ma per la sua esposizione mediatica. Thomas Braida lo ha copiato con lo stesso rispetto e dedizione che si dedicherebbe alla riproduzione del capolavoro di un Maestro del Rinascimento conservato nelle sale di un prestigioso museo.

Un cruciverba è un puzzle di parole intrecciate la cui composizione si rivela attraverso la soluzione di domande più o meno razionali. Nel tentativo di aggirare e arginare gli automatismi a cui la libera sperimentazione inevitabilmente porta, Enej Gala costruisce un cruciverba abitato da elementi e figure che seguono una logica di cui solo l’artista conosce e segue le regole. Il vuoto delle caselle assume un diverso significato in “Cruciverba”, e le regole per il suo completamento sono un riflesso della struttura compositiva a cui tende l’artista.

La diapositiva di un bancomat vandalizzato a Parigi durante le rivolte seguite alla pubblicazione dei Panama Papers viene presentata sullo chassis di quello stesso modello di bancomat. In “Portal_BNP_Paribas_April_16” l’artista maltese Dustin Cauchi, parte del duo
Fenêtreproject assieme a Francesca Mangion, si appropria del nucleo nascosto di un dispositivo che fa da tramite tra le banche e i suoi clienti, lo priva della sua funzione di contenitore di banconote e lo trasforma in un display. L’opera si disattiva con la vicinanza fisica dello spettatore, e questo per ricordarci che la tecnologia ci fornisce l’illusione di essere sempre e comunque partecipanti attivi, ma che in realtà siamo per lo più spettatori neutrali.

Una vecchia signora viene ritratta a matita poco prima di spegnere le candeline della torta per il suo centesimo compleanno. La sua espressione triste viene nascosta da un sorriso di carta specchiante, mentre la superficie trasparente che ci separa da lei è coperta da candeline colorate. Nelle sue opere Luca De Leva ricerca il confine che lo separa dagli altri, in un costante tentativo di mettersi in relazione con la loro percezione della vita, del corpo e del tempo.

“Field Notes” è un documentario sperimentale sulle origini dei “Soucouyants”, dei “Lagahoos” e degli “Jumbies”, spiriti che popolano la cultura di Trinidad e Tobago. Lavorando sul confine tra naturale e sovrannaturale, Vashti Harrison realizza video che intrecciano il suo vissuto quotidiano a indagini sulle sue origini Caraibiche.

“In sixteen days all this will be recollected” ha come soggetto la registrazione di un satellite, che per errore ha fotografato lo stesso paesaggio con due sensori diversi, generando un’apparente divisione tra due aree boschive contigue. In questo lavoro Giulio Saverio Rossi ci ricorda che l’idea di paesaggio è imprescindibile dalla

percezione che ne ha il suo osservatore, anche se si tratta di quella di un satellite guasto.

Kenneth Goldsmith (nato nel 1961 a Freeport, New York) è un poeta americano. E’ direttore e fondatore di UbuWeb e redattore capo di PennSound all’Università della Pennsylvania, dove insegna. Ha pubblicato dieci libri di poesia, tra cui Fidget (2000), Soliloquy (2001), Day (2003) e la sua Trilogia Americana, The Weather (2005), Traffic (2007), e Sports (2008). E’ autore dei libri Uncreative Writing: Managing Language in the Digital Age (2011), Capital: New York, Capital of the 20th Century (2015) e Wasting Time on the Internet (2016). [fonte Wikipedia].
In mostra, lo screenshot di una storia sul furto di un’opera di Joseph Beuys che ha pubblicato su Facebook.

Valerio Nicolai esercita il suo discorso pittorico nello spazio tra le premesse e le conclusioni di una serie di paradossi, come un alchimista che decide di trasformare l’oro in merda. In “M’ama non m’ama” capovolge uno scopino del water nel suo contenitore per ottenere la graziosa scultura di un fiore in un vaso. Vira il colore di un dipinto di onde da blu a marrone per darci la sensazione di trovarci davanti a un “Mare di merda”. Un dondolarsi costante tra romanticismo e cinismo, pericolo e bellezza, grazia e disperazione, tra il disgusto e il sublime.

Il video “RIFTS” esplora la relazione tra memoria umana e virtuale, in una ipotetica rappresentazione generata da computer di un sogno che prende forma da ciò che rimane nella nostra memoria attraverso l’uso quotidiano di Internet. Come un antropologo visuale che scava tra i trend e le sottoculture online, Nuno Patricio indaga l’influenza della tecnologia e degli effimeri e distanti mondi virtuali sul comportamento umano.

In una simulazione 3D, un uomo galleggia in mare aperto, soggetto a varie condizioni atmosferiche, mentre delle voci fuoricampo elencano una serie di istruzioni del tutto inutili in quel contesto. In una quotidianità in cui siamo sommersi da informazioni, cosa ci tiene davvero a galla? Con “FEARLESS” Paul Barsch si chiede, “in definitiva, cos’è davvero importante ed essenziale di tutto quello che impariamo nel corso delle nostre vite?”. Se le informazioni contenute nei cloud diventassero acqua e sommergessero il pianeta, forse avremmo una risposta.

Mescolando elementi presi dalla biologia, dalle nanotecnologie e dalle scienze naturali con le interfacce dei programmi di grafica, i salvaschermo e le teorie del complotto, Joey Holder investiga i molteplici confini che separano il naturale dall’artificiale per evidenziare i punti in cui questi si dissolvono. “OPHIUCHUS” è ispirato al libro “Il serpente cosmico. Il DNA e le origini della conoscenza”, in cui l’antropologo Jeremy Narby investiga le connessioni tra lo sciamanesimo nella Valle del Pichis e la biologia molecolare.

La relazione tra l’opera e lo spazio che la ospita è centrale nella ricerca di Helena Hladilova. Nel 2013 ha tagliato a strisce tutti i suoi dipinti di cui non era soddisfatta e con queste ha tessuto un tappeto, creando una nuova opera. Quello che non può stare sul muro, finisce inevitabilmente sul pavimento. “Alcalà”, invece, nasce come tappeto, e infatti è proprio un tappeto.

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