Tiziano & Giorgione

Treti Galaxie è orgogliosa di presentare “Tiziano e Giorgione”, una doppia personale sull’amicizia e la morte di Michele Gabriele e Alessandro Di Pietro, a cura di Matteo Mottin.

Gabriele e Di Pietro hanno lavorato separatamente, senza confrontarsi sulle loro decisioni se non tramite l’intermediazione del curatore, per realizzare ciascuno un’opera emblematica, che esprimesse i temi e i caratteri principali della loro attuale ricerca. Una sintesi della loro poetica che rispecchiasse e congelasse l’approccio sia concettuale che formale di questo particolare periodo della loro vita e della loro amicizia.

Ispirandosi al peculiare rapporto tra i maestri veneti del Cinquecento Giorgione e Tiziano, per cui alla morte dell’uno l’altro avrebbe ultimato alcune delle sue tele in lavorazione, gli artisti hanno stretto un patto di sangue: quando uno dei due morirà, l’altro avrà il compito di prendersi cura, restaurare e completare l’opera dell’amico.

“Tiziano e Giorgione” è un progetto sentimentale sulla fiducia e sui legami, ma anche una mostra che mette in crisi la forzata – seppur necessaria – spensieratezza con cui guardiamo alla durata della nostra vita e dei rapporti che instauriamo con gli altri.

Gli artisti hanno lavorato alle opere come se fossero le loro ultime produzioni. Lo hanno fatto ragionando costantemente sulla propria morte e su quella dell’amico, stabilendo regole e protocolli per la cura dei lavori e i futuri interventi di restauro. Tutto ciò ha modificato il loro usuale approccio al lavoro. La costante consapevolezza della morte e della sua imprevedibilità li ha portati a una rinuncia della complessità in favore della conservazione dell’immediatezza.

Tutti gli artisti lavorano relazionandosi costantemente con la morte e affidano alle loro opere, tra mille insicurezze, il compito di sopravvivergli e di portare con sé la memoria del loro autore.

La morte, che accompagna quotidianamente ogni artista, e che lo osserva attraverso il suo lavoro, in questo progetto è diventata protagonista. Gabriele e Di Pietro hanno deciso di mettere al centro del loro approccio questo pensiero, questa tensione, la coscienza di questa presenza. Una presenza preponderante che ha necessariamente alterato i loro normali processi creativi.

Non sono partiti dalla scelta di uno specifico metodo di lavoro, piuttosto si sono imposti di riflettere coscientemente su come affrontare la propria morte, dando così forma

a un nuovo modo di operare. Non partendo da un’idea, dunque, ma dal personale tentativo di gestire la propria dipartita, dando forma a una nuova possibilità metodologica.

Michele ha lavorato a una velocità maggiore del solito, abbozzando tutto rapidamente senza concedersi ripensamenti, gravato dal timore di non riuscire a portare a compimento l’opera.

Questa incessante paura lo ha spinto ad allineare realizzazione pratica e velocità di pensiero nel tentativo di anticipare una possibile e prematura fine della sua esistenza. La celerità e l’affanno hanno caratterizzato il suo operare, nel costante sforzo di riuscire ad accettare le cose per quello che sono.

Al contrario, la presa di coscienza della propria fine ha portato Alessandro a una fase di produzione alterata, dominata dalla procrastinazione, dall’attesa, da una prefigurazione dilatata di quell’inevitabile e violenta accelerazione che caratterizza il momento preciso in cui si percepisce di stare abbandonando tutto. Lo ha portato a ragionare sulla natura dell’assenza e del vuoto interiore. L’opera è stata concepita come un ultimo dialogo con se stessi, come quell’ultima parola che viene pronunciata una frazione di

secondo dopo aver realizzato che si sta per morire.

Per questo peculiare progetto Treti Galaxie ha scelto come sede Barriera, per la sua duplice natura di area espositiva e deposito di opere d’arte. Lo stato dello spazio viene influenzato pesantemente da questo deposito nascosto e non accessibile al pubblico. Ogni opera che qui viene esposta sembra giacere in un limbo, una dimensione a metà tra il pubblico e il privato, il nuovo e lo storicizzato, il vivo e il morto – una condizione liminale che rispecchia lo stato delle opere di Gabriele e Di Pietro.

Camminando per Venezia, alle molte persone che nei secoli l’hanno visitata, così come a noi, sarà sicuramente capitato di perdersi, e nel ritrovare la strada scoprire che un rio o un canale le separava dalla loro meta. Può anche esserci capitato, la sera, di stare a guardare, fermi e impotenti, il posto in cui avremmo voluto andare riflettersi sull’acqua poco davanti a noi. La nostra intenzione già proiettata al di là, il nostro corpo bloccato sull’argine di pietra del rio.

Le due opere di Michele Gabriele e Alessandro Di Pietro ci osservano al di là di questo canale, in attesa.

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